Biografia

La mia vita è una performance

Anni ’40

I miei genitori, mamma Carmelina e papà Francesco, erano migrati dalla provincia di Potenza a Bologna, dove mio padre aveva fatto il militare. Qui faceva il venditore di frutta e verdura e amava il calcio. Ma più di tutto era un accanito lettore, era assetato di cultura, amava la musica lirica e quando poteva, a costo di sacrifici, andava al Teatro Comunale.

Anni ’50

Non ricordo di avere mai camminato, ho preso la poliomielite a 17 mesi e dal quel momento io e la carrozzina abbiamo viaggiato insieme in un unico modulo-giocattolo, senza passare mai inosservati, in qualunque situazione della vita. Nel bene e nel male ero al centro dell’attenzione e questo mi ha fatto sentire all’interno di un palcoscenico virtuale dove mi vedevo dall’esterno, a interpretare me stessa, alla ricerca di una rappresentazione di me che mi rendesse giustizia.
Avevo ereditato da mio padre la passione per la lettura e per i libri. Poi la televisione e il giradischi presero il sopravvento e la mia casa diventò la discoteca dei ragazzi del cortile. Voleva che facessi la maestra ma io sognavo Sanremo. Ho sempre cantato, da piccola mio padre mi faceva sedere su una seggiolina sul tavolo e quando si radunavano i parenti mi faceva esibire. A scuola la maestra mi faceva cantare in classe.

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Anni ’60

A 14 anni ho subito un trapianto, un intervento chirurgico alla colonna vertebrale che mi ha costretta a letto per sei mesi con un gesso che partiva dai fianchi fino ad arrivare sotto il mento. Ricevevo un sacco di amici e casa mia era diventata una specie di salotto artistico-culturale. Poi per altri sei mesi ho portato il gesso dai fianchi fin sotto le ascelle e finalmente potevo stare seduta fino a quando, come una farfalla uscita dal bozzolo, la mia vita a 16 anni ha preso un nuovo corso.
Durante l’adolescenza anziché nascondere il corpo lo enfatizzavo tingendo i capelli di biondo, portando profonde scollature e vestiti trasgressivi che nel contesto della carrozzina facevano di me un personaggio sicuramente molto appariscente, una sorta di installazione mobile. Ero abituata alla sovraesposizione e trasportai anche nella vita politico-femminista questa comunicazione polisemantica.
Il tutto sintetizzato in 5 parole: attrazione, repulsione, paura, coraggio, sfida.
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Anni ’70

Con il disco ALLE SORELLE RITROVATE (1975), una sorta di manifesto femminista, cominciai a cantare nelle piazze, nei teatri, nei circoli culturali, a Roma al teatro della Maddalena invitata da Dacia Maraini, e sui palchi dei concerti rock.

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Anni ’80

Stanca di interpretare il personaggio della femminista radicale e di cantare canzoni impegnate e politicizzate, nel 1981 ho costituito con Antonia & Laroche, il fotografo argentino Nicolas Genovese e altri artisti bolognesi, il gruppo di ispirazione dada Plastico Amore. Il gruppo creò una fanzine e una serie di performance composte da proiezioni di materiale visivo originale, musica elettronica eseguita dal vivo e azione teatrale. A quel periodo risalgono due miei demotape dal titolo Italian Slip e Make Up. Lavoravo sulla mia immagine e registravo le mie composizioni in casa con una delle prime batterie elettroniche in commercio, la Roland, un sintetizzatore monofonico Yamaha e una chitarra elettrica, registrando il tutto su un registratore Teac a 4 tracce. E’ così che incidevo le mie nuove canzoni.
È stato un periodo di ricerca importantissimo, perché attraverso l’elettronica ho espresso tutte le mie potenzialità creative e innovative in piena libertà espressiva. Ma le case discografiche, siamo nel 1983, dicevano che non ero commerciale soprattutto per la mia immagine di donna disabile. Venivo censurata proprio per questa mia immagine di donna non adeguata agli standard di quegli anni!

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Anni ’90

Tutto ciò non mi ha però fermata e nel 1990, dopo varie peripezie, ho cantato la sigla di chiusura del Cantagiro per 10 settimane in giro per l’Italia, assieme ad altri volti noti della musica. Sono stata sicuramente la prima donna cantautrice disabile italiana a comparire ripetutamente in televisione sui canali della RAI e sulle reti private, a fare concerti e tournée in Francia, Germania, Londra, Copenaghen, oltre che nel territorio nazionale. Ma il business discografico non mi ha reso giustizia. In un contesto di rappresentazione della vita e della società, non in quanto Società dello Spettacolo ma in quanto Spettacolo della Società, io ne ero esclusa, perché non rientravo nei paradigmi dei modelli televisivi e discografici. Ma quando nel 1922 feci il disco sulla diversità, DONNE A MARRAKECH, allora venni contattata e invitata nelle tv pubbliche e private, proprio per rappresentare l’artista disabile come esempio di valore. In ogni caso, non venivo mai semplicemente rappresentata come un’artista uguale gli altri, ma proposta in quanto bandiera di inclusione sociale. Proprio per questo motivo venivo esclusa dai format televisivi del tipo varietà, gare canore e Festival musicali quali Sanremo! E venni esclusa per un pelo. Inviai la mia canzone ma siccome partecipava anche Pier Angelo Bertoli, sostenuto da Caterina Caselli, Aragozzini disse “Due carrozzine sono troppe!
Ho proseguito facendo teatro, cinema e video, sempre alla ricerca di nuove auto-rappresentazioni artistiche. La partecipazione al film Perdiamoci di vista di Carlo Verdone, il Roxy Bar, la Festa della Befana sono solo alcuni dei progetti di questi anni.

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Anni 2000

SIRENA CENSURATA

La mia vita resta, comunque, una lunga performance: ogni mia azione, ogni mia uscita è una esibizione, una provocazione al senso comune di normalità, una trasgressione automatica, involontaria che costringe a una sorta di rifondazione dei principi dell’arte e dell’artista, a costruire nuovi parametri, nuovi paradigmi mettendo in discussione mode e stili. Arte come lotta, come esperienza non ideologizzata, il mio percorso resta una sfilata continua su una passerella riflessa da uno specchio, lo specchio liquido della  vita.