Autoritratto

Arte come lotta, come esperienza non ideologizzata, il mio percorso resta una sfilata continua su una passerella riflessa da uno specchio, lo specchio liquido della Vita.

Non ricordo di avere mai camminato, ho preso la poliomielite a 17 mesi e dal quel momento io e la carrozzina abbiamo viaggiato insieme in un unico modulo-giocattolo, senza passare mai inosservati in qualunque situazione della vita.

Nel bene e nel male ero al centro dell’attenzione e questo mi ha fatto sentire all’interno di un palcoscenico virtuale dove mi vedevo dall’esterno, io, interpretare me stessa, ovvero alla ricerca di una rappresentazione di me che mi rendesse giustizia.

Ho sempre cantato, da piccola mio padre mi faceva sedere su una seggiolina sul tavolo e quando si radunavano i parenti mi faceva esibire. A scuola la maestra mi faceva cantare in classe. Non avevo modelli di riferimento canori reali, solo l’immagine della sirenetta, che con la sua coda esprimeva bene la mia condizione psicologica, la ferita costitutiva della mia personalità.

Quando scendeva la Madonna di S. Luca, ricordo che mia madre mi portava in processione e alcuni fedeli dalle braccia robuste mi sollevavano su con la carrozzina al di sopra di tutti, al punto che quasi guardavo negli occhi la Madonna. Questo mi dava un senso di “altitudine” e di onnipotenza e mi calava in una dimensione performativa mio malgrado.

La mia vita è stata una sequenza di gessi e operazioni chirurgiche intervallata da periodi di “normalità”: il mio corpo nudo era oggetto di osservazione da parte dei medici con relativo giudizio e intervento plastico-funzionale. Ausili ortopedici, tutori, stampelle, carrozzine… ero una sorta d’innesto tra l’immagine onirica che mi ero fatta della sirena e la proiezione della donna bionica-cyborg.

La forma e la funzione del mio corpo mi proiettavano in un immaginario erotico femminile tutto da costruire e da inventare, proprio come una performance. Il mio obiettivo era dimostrare che anch’io potevo far parte dell’antico gioco della seduzione sociale ribaltandone i canoni e i paradigmi.

A 14 anni ho subito un trapianto, un intervento chirurgico alla colonna vertebrale, che mi ha costretto a letto per sei mesi con un gesso che partiva dai fianchi fino ad arrivare sotto il mento; ricevevo un sacco di amici e casa mia era diventata una specie di salotto artistico-culturale. Poi per altri sei mesi ho portato il gesso dai fianchi fin sotto le ascelle e finalmente potevo stare seduta fino a quando, come una farfalla uscita dal bozzolo, la mia vita a 16 anni ha preso un nuovo corso.

Durante l’adolescenza invece che nascondere il corpo lo enfatizzavo tingendo i capelli di biondo, portando profonde scollature e vestiti trasgressivi che nel contesto della carrozzina facevano di me un personaggio sicuramente molto appariscente, una sorta di installazione mobile.

Ero abituata alla sovraesposizione e trasportai anche nella vita-politico-femminista questa comunicazione polisemantica: ragazza vistosa in carrozzina, suona la chitarra, canta con la voce da nera canzoni femministe composte da lei medesima, dai testi provocatori.

Il tutto sintetizzato in 5 parole: attrazione, repulsione, paura, coraggio, sfida.

Con il disco “Alle sorelle ritrovate” del 1975, una sorta di manifesto femminista, cominciai a cantare nelle piazze, nei teatri, nei circoli culturali, a Roma al teatro della Maddalena invitata da Dacia Maraini e sui palchi dei concerti rock.

Stanca di interpretare il personaggio della femminista radicale e di cantare canzoni impegnate e politicizzate, nel 1981 ho costituito con Antonia & Laroche (duo di cui faceva parte Antonia Babini prima donna dj in Italia), con il fotografo argentino Nicolas Genovese e altri artisti bolognesi, il gruppo di ispirazione dada “Plastico Amore”.

Il gruppo creò una fanzine e una serie di performance composte da proiezioni di materiale visivo originale (diapositive, fotografie incrociate scattate da noi), musica elettronica eseguita dal vivo e azione teatrale. A quel periodo risalgono due miei demo tape dal titolo Italian Slip e Make Up.

Lavoravo sulla mia immagine e registravo le mie composizioni in casa con una delle prime batterie elettroniche in commercio, la Roland, un sintetizzatore monofonico Yamaha, e una chitarra elettrica, registrando il tutto su un registratore Teac a 4 tracce. E’ così che incidevo le mie nuove canzoni.

È stato un periodo di ricerca importantissimo, perché attraverso l’elettronica ho espresso tutte le mie potenzialità creative e innovative in piena libertà espressiva. Ma le case discografiche, siamo nel 1983, dicevano che non ero commerciale soprattutto per la mia immagine di donna disabile. Venivo, quindi, censurata proprio per questa mia immagine di donna non adeguata agli standards della cantante tipica!

Tutto ciò non mi ha però fermata e nel 1990, dopo varie peripezie, ho cantato la sigla di chiusura del Cantagiro per 10 settimane in giro per l’Italia, con altri cantanti famosi.

Sono stata sicuramente la prima donna cantautrice disabile italiana a comparire ripetutamente in televisione sui canali della RAI e sulle reti private, a fare concerti e tournée in Francia, Germania, Londra, Copenaghen, oltre che nel territorio nazionale.

Ma il business discografico non mi ha reso giustizia.

In un contesto di rappresentazione della vita e della società, non in quanto “società dello spettacolo” ma in quanto “spettacolo della società”, io ne ero esclusa, perché non rientravo nei paradigmi dei modelli televisivi e discografici. Ma quando feci il disco sulla diversità, “Donne a Marrakech” del 1992, allora venni contattata e invitata nelle tivù pubbliche e private, proprio per rappresentare l’artista disabile come esempio di valore. In ogni caso, non venivo mai semplicemente rappresentata come un’artista uguale gli altri, ma proposta in quanto bandiera di inclusione sociale.

Proprio per questo motivo venivo esclusa dai format televisivi del tipo varietà, gare canore, festival musicali quali Sanremo! Inviai la mia canzone allora inedita “Donne a Marrakech” al festival ma siccome partecipava anche Pier Angelo Bertoli, sostenuto da Caterina Caselli, Aragozzini direttore del festival disse “Due carrozzine sono troppe”.

E venni esclusa per un pelo!

Insomma, mi includevano in certi programmi giornalistici di denuncia, TV del dolore e quant’altro, ma mi escludevano per la mia identità autonoma di artista, quindi venivo usata e strumentalizzata (la Fonit Cetra mi diceva “non ci sono trasmissioni adatte a te”), vittima di una grande, ipocrita censura.

Nella “società dello spettacolo” io ero spettatrice quando sul palco ci stavano le persone normali, ma nella vita, nella strada, -io ero sul palco- e la gente normale diventava il pubblico.

Quando sono andata in televisione e sui media, ero sul palco solo per la mia specificità di eccezione che conferma la regola; avvertivo un senso di sdoppiamento e di multipla identità, della serie: io mi guardo allo specchio e lo specchio rappresentato dai miei occhi guarda me nello specchio… in una sorta di détournement identitario e semantico. Non riuscivo a sfondare la quarta parete, quella del meta-spettacolo: io, lo spettacolo, dentro lo spettacolo rimanevo prigioniera e ostaggio.

Sfondare la barriera della quarta parete, quel muro immaginario che ci divide nella vita, e non ci permette di relazionarci gli uni agli altri in modo da far capire che in realtà siamo tutti uguali e tutti diversi: attori che recitano la loro parte da disabile, da guerriero, da miss, da intellettuale ecc… nello stesso medesimo film: questa era la mia meta, il mio obiettivo relativo, il mio messaggio subliminale, il mio scopo sublime.

L’arte della/nella vita come arte di vivere auto-coscientemente, e non come arte della sopravvivenza.

Vita come opera d’arte performativa nel senso di ritrovarsi dentro la propria opera d’arte senza subirla in modo passivo, ma diventando artefice del proprio destino creando un’ arte esistenziale e concettuale insieme, vita-arte autocosciente.

Ho proseguito facendo teatro, cinema e video, sempre alla ricerca di nuove auto-rappresentazioni artistiche.

La mia vita resta, comunque, una lunga performance: ogni mia azione, ogni mia uscita è una esibizione, una provocazione al senso comune di normalità, una trasgressione automatica, involontaria che costringe a una sorta di rifondazione dei principi dell’arte e dell’artista, a costruire nuovi parametri, nuovi paradigmi mettendo in discussione mode e stili.

 

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